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Come Machine learning, IoT e Big Data stanno cambiando il settore retail: alcuni esempi

Con l’aumento dei dispositivi digitali stiamo assistendo ad una conseguente crescita del volume di dati generato, rendendo sempre più complicato per gli analisti gestire in maniera strutturata questa mole di informazioni. Ad oggi, la retail Business Intelligence è talmente occupata a raccogliere dati, spesso in reazione ad un’opportunità o sfida percepita dal business, che non ha il tempo di analizzarli e percepirne le utili sfumature.

Come ha spiegato Robert Hetu, retail research director a Gartner, questa situazione ha portato ad uno scollegamento tra l’analisi dei dati e la possibilità di usare tali dati in real time in modo da ottenere rapidi e immediati benefici per il proprio business.

Per non perdere questa occasione bisogna considerare tecnologie in grado di sfruttare e analizzare automaticamente i dati e che riducano sempre più l’intervento umano.

Il settore retail è ben posizionato per beneficiare degli sviluppi del machine learning, dato l’enorme volume di dati strutturati e non strutturati che vengono creati ogni secondo. Bisogna capire con quali modelli questi dati possono essere sfruttati al massimo. Proviamo a darne qualche esempio:

I dati raccolti dallo smartphone del cliente tramite un iBeacon all’interno di in un centro outlet o di un negozio al dettaglio possono essere collegati alle vendite e ai dati di stock per essere poi analizzati da un software di machine learning. Così, analizzando rapidamente tali dati, il sistema può spingere un codice di sconto o inviare avvisi su misura al dispositivo mobile di un cliente in base ai gusti, località o abitudini di acquisto.

Questi modelli sarebbero inoltre in grado di analizzare automaticamente e in tempo reale la situazione di un punto vendita e dare indicazioni immediate ai commessi nello store, permettendo poi di raccogliere dati in tempo reale da tutta la catena di fornitura di un rivenditore: il che significa che si può intervenire per massimizzare le opportunità di vendita ovvero garantire che un prodotto non finisca mai out of stock.

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Inoltre, automatizzando alcune procedure, si ridurrebbe al minimo la possibilità di errore umano per compiti meccanici e aumenterebbe il tempo assegnato alle attività che richiedono l’interazione umana. Il machine learning diventa così un validissimo supporto alla gestione.

Tali sistemi possono, in effetti, prendere decisioni strategiche ben prima di anche il più intelligente degli analisti di Business Intelligence, che a loro volta possono aiutare i rivenditori guadagnare un vantaggio rispetto ai rivali meno tecnologicamente avanzati.

Possiamo portare come esempio concreto Honest Café, un bar senza alcun dipendente di Londra, dove il cibo viene servito da distributori automatici, ma che permette comunque l’accesso a tavoli, divani e bancone per gustarsi un caffè o un brunch con gli amici. Il bar ha utilizzato il machine learning di IBM Watson per analizzare una grande mole di dati e capire i bisogni dei suoi clienti.

Il punto era che Honest cafè non disponeva di personale per raccogliere informazioni sugli acquisti o dei prodotti o sui comportamenti del consumatore, ma aveva dei distributori automatici che avrebbero potuto raccogliere una grande mole di dati.

È qui che entra in gioco Watson Analytics che ha permesso ad esempio di capire quanti clienti si fermavano a bere un drink con gli amici, e quali si precipitavano lì solo per prendere un caffè veloce. Hanno inoltre utilizzato dati transazionali per comprendere le modalità di pagamento, quali bevande venivano consumate e a quali ore del giorno, in modo che il cafè possa essere in grado di creare cluster di clienti e offrire promozioni e prodotti modellate sulle loro abitudini. Inoltre, incrociando tutte queste informazioni con i tweets relativi al set di dati della caffetteria hanno potuto ottenere informazioni migliori su ciò che i clienti avevano intenzione di comprare e hanno quindi agito su dati real time piuttosto che solo su dati di acquisto storici.

Questo è solo uno dei tanti esempi concreti che potremmo proporvi, ma cosa ne pensate dell’idea di costruire un software di machine learning che analizza i dati di vendita online e bilancia dinamicamente i prezzi dei prodotti in modo da poter ottenere il maggior guadagno da essi? Questa forma di analisi automatizzata bypasserebbe la necessità per gli analisti di vagliare i dati e regolare manualmente i prezzi, e consente on-the-fly aggiustamenti che gli esseri umani semplicemente non sono in grado di fornire con la stessa velocità.

Come potete notare la chiave per sfruttare le occasioni offerte da queste nuove tecnologie sta solo nel comprendere a fondo il vostro business, capire quali azioni è possibile automatizzare, in base a quali dati a disposizione e infine elaborare un modello di machine learning su misura per le esigenze specifiche del vostro punto vendita.

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Hai bisogno di una nuova molecola?Stampala!

Immagina di essere un ricercatore medico interessato a una sostanza chimica molto rara prodotta nelle radici di un fiore peruviano poco conosciuto ma dalle elevate capacità curative. Riuscire ad ottenere quella pianta rara potrebbe risultare difficile, sia perché nessun fornitore dispone di quelle sostanze, sia perché queste non sono mai state messe in commercio. Ma forse, grazie al lavoro del chimico dell’ Università dell’Illinois, Martin Burke, si riuscirà a  stampare un prodotto chimico direttamente nel proprio laboratorio.

In un nuovo studio pubblicato sulla rivista Science, Burke ha annunciato le specifiche di una propria versione di stampante 3D, una macchina che può sistematicamente sintetizzare migliaia di molecole diverse, partendo da pochi prodotti chimici di base. Tale macchina potrebbe ricreare quindi la sostanza chimica contenuta in quel raro fiore modulando il processo step-by-step, ma potrebbe anche creare nuovi prodotti chimici mai sintetizzati prima dall’uomo o velocizzare i processi di alcune molecole che altrimenti richiederebbero molto tempo per il loro completamento.

Inoltre questo sistema di stampa 3d molecolare potrebbe consentire agli scienziati di testare le proprietà medicinali di una intera famiglia molecolare.

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“Ci sono molte molecole in natura con alcune straordinarie proprietà naturali, che sono incredibilmente difficili da riprodurre o semplicemente non sono disponibili per essere acquistati a fronte di una fornitura in laboratorio”, dice Burke.

Il prototipo di Burke è attualmente limitato nel numero di sostanze chimiche che può produrre, ma crede che possa già essere utilizzato nei progetti di sviluppo di nuovi farmaci.

Si apre così il potenziale per poter creare, modellare processi chimici e sostanze diverse grazie all’uso della stampante 3D, non solo per gli addetti ai lavori ma anche per  ogni tipo di consumatore.

Voi cosa ne pensate di questa nuova innovazione della chimica?Può essere un’opportunità o anche una minaccia?

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Siamo davvero pronti per le smart cities?

Le Smart Cities sono una delle aree di applicazione di un termine che negli ultimi tempi si sente nominare sempre più spesso: l’Internet of Things. Di cosa si tratta?

L’Internet of Things (IoT) è un nuovo paradigma in cui il mondo virtuale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione è strettamente integrato con il mondo reale delle cose. E’ stata definito come una infrastruttura di rete globale e dinamica con capacità di auto configurazione sulla base di protocolli di comunicazione standardizzati, dove gli oggetti fisici e virtuali utilizzano interfacce intelligenti che permettono di comunicare ed essere perfettamente integrati nella rete telematica.

L’IoT sta acquisendo un ruolo sempre più rilevante e si pensa che entro il 2025 molti oggetti della vita quotidiana diventeranno nodi di Internet, dagli elettrodomestici ai documenti cartacei.

Questo passaggio è visto come naturale conseguenza dello sviluppo di internet e del successo degli smartphone. In questo senso il livello di educazione digitale ha dato anche agli oggetti quotidiani una nuova valenza e prospettiva. Gli oggetti diventeranno apparati elettronici di qualsiasi tipo: luoghi come case, piazze o vestiti dotati di un “tag” attraverso il quale è possibile tracciare una mappa virtuale del mondo reale e mettere in comunicazione tutti i suoi elementi.

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Si sono già viste diverse applicazioni dell’Internet of Things anche nella conservazione dell’energia. Le cosiddette Smart grid ad esempio permettono di gestire il fattore energia in maniera più flessibile e dinamica tenendo conto sia dell’aspetto ambientale, sia dell’apporto delle fonti rinnovabili.

Quindi partendo da semplici sensori di controllo intelligente per uso quotidiano o per il controllo energetico si sta iniziando a sviluppare un grande sistema dove tutti gli attori e le variabili in gioco comunicano tra loro, scambiano dati, migliorano la qualità della vita degli utenti e di tutta la collettività attraverso un sistema integrato noto appunto come Smart City.

Nella concezione di Smart City la città è vista come il motore di innovazione, il miglior interlocutore istituzionale in grado di coniugare gli aspetti di sviluppo economico e tutela dell’ambiente con il coinvolgimento dei cittadini. Tale livello rappresenta la vera innovazione, in quanto coinvolge l’uomo in una partecipazione completamente nuova nel controllo delle attività.

In questi sistemi intelligenti la sostenibilità economica e ambientale è considerata infatti l’unica risposta possibile alla crescente richiesta di risorse e alla crisi economica e finanziaria degli ultimi anni.

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Condizione necessaria è quindi una rete di infrastrutture valide e ben funzionanti combinate all’utilizzo delle nuove tecnologie digitali, cosicché le città smart diventerebbero dei nodi fondamentali per trasferire, raccogliere informazioni e fornire servizi ai cittadini.

Ma il funzionamento e la competitività delle città smart non dipendono solo dalle sue infrastrutture materiali ma anche, e sempre di più, dalla disponibilità e dalla qualità delle infrastrutture dedicate alla comunicazione ed alla partecipazione sociale.

Parlo di partecipazione sociale perché non si tratta di fermarsi al concetto di città tecnologica e digitale, ma di una visione molto più lungimirante in cui il ruolo chiave è svolto dall’engagement dei cittadini. La partecipazione e il coinvolgimento dei cittadini, è infatti fondamentale perché la smart city si costruisce nel territorio, dove i problemi e le esigenze specifiche devono trovare risposte flessibili e partecipate in un contesto urbano in costante evoluzione.

Gli interventi delle istituzioni sia in termini economici che di progetti in itinere sono tantissimi, ma siamo in una fase ancora embrionale, soprattutto in Italia dove prima dovremmo ridurre il Digital divide( ancora troppo ampio rispetto alle altre nazioni) e solo dopo sarà possibile coinvolgere in modo attivo e consapevole tutti gli altri attori. Se non si parte da questo primo obiettivo tutti gli sforzi che già si stanno facendo potrebbero risultare vani e non trovare una contro risposta adeguata e soprattutto consapevole da parte dei cittadini.

Inoltre tutto il sistema deve camminare a pari passo con la ricerca scientifica per quanto riguarda la gestione di tutta la struttura di comunicazione che richiederà scambio di dati on demand sempre più frequente ed evitare invadenze e sovraccarichi di segnali wireless.

Saremo poi in grado di gestire i cosiddetti Big Data, ovvero tutti quei dati raccolti sulle abitudini,usi e spostamenti del cittadino? Le informazioni sensibili non si limiterebbero solo a smartphone e tablet ma sarebbero ovunque con una elevazione all’ennesima potenza del traffico di dati privati sulla rete.

Più oggetti personali si connettono alla rete, più sarà ampia la possibilità di violare il sistema e recuperare informazioni private.

Il problema della vulnerabilità dei sistemi dovrà essere affrontato e le aziende produttrici dovranno assicurare la massima efficienza degli oggetti e dei canali di comunicazione e all’affidabilità delle piattaforme che conservano i dati sensibili e puntare sullo sviluppo di sistemi in grado di contrastare azioni invadenti e di garantire la privacy agli utenti.

Tutti elementi che secondo noi costituiranno l’ago della bilancia per il successo o il fallimento di questo modello. Voi cosa ne pensate, siamo davvero pronti per questa grande rivoluzione?

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Quello che vuoi, prima di volerlo

What you want, before you want it”. Wow.

Queste sette parole definiscono molto bene il concetto di innovazione e appartengono al lancio del nuovo servizio proposto da Amazon.com: furgoni che durante la consegna, stampano i tuoi progetti in 3D.

La stampa in tre dimensioni è molto utilizzata nelle fasi di modellazione e di prototipazione, e sta prendendo piede in settori economici molto diversi da loro: dal medicale all’edile, passando per l’alimentare.

Le stampanti 3D, esistono già da un paio di anni, ma non si sono ancora diffuse nelle case o nelle aziende di piccole/medie dimensioni, quindi cosa ha pensato Amazon: non solo di offrire ai suoi clienti un nuovo servizio, la stampa in 3D, ma permetter loro di averlo in tempi rapidi. Come?

Tu crei l’oggetto con un software di progettazione tridimensionale (come Blender, Autocad e OpenScad o utilizzando scanner che rendono i disegni 3D), invii l’ordine ad Amazon, che a sua volta trasmetterà il file direttamente ai furgoni, i quali saranno dotati a bordo di stampanti in 3D che lavoreranno al tuo ordine nel tempo che impiegheranno a consegnartelo.

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Davvero innovativo, vero? Ma inimitabile: è tutto brevettato.

Chi di voi però utilizzerebbe questo servizio nel proprio business?

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Inoblog

Cosa hanno in comune progetti come Arduino, D-Orbit o Bluesmart? Semplice, convergono tutti verso un concetto ben chiaro: l’innovazione.

Infatti esempi come questi sono il risultato di profondi cambiamenti che si sono verificati nel campo dell’innovazione tecnologica e ci dimostrano che stiamo entrando in un’era in cui le persone hanno iniziato a partecipare all’economia come non avevano mai fatto prima. Questa partecipazione ha raggiunto un punto critico nel quale le nuove forme di collaborazione stanno cambiando il modo in cui i beni e servizi vengono inventati, prodotti e distribuiti.

Ormai bisogna far riferimento a un concetto di “innovazione aperta”, come un modello che esorta tutti all’uso di idee provenienti dall’esterno per sviluppare e accrescere le proprie abitudini o, in campo professionale, la struttura interna aziendale.

In particolare poi in un contesto industriale come quello italiano, con prevalenza di realtà aziendali medie e piccole, un approccio più aperto può costituire una notevole fonte di vantaggio competitivo; lo sfruttamento di attività che “creano valore” può sopperire alla mancanza di competenze e all’impossibilità di fare grossi investimenti in R&D e innovazione.

E’ chiaro quindi che stiamo attraversando una fase in cui il processo di innovazione non si sviluppa solo all’interno della grande multinazionale ma deriva da un modello che parte “dal basso” ed è alla portata di chiunque abbia un progetto o un’idea da sviluppare e che fornisce tutti gli strumenti per poterla realizzare.

E proprio questo vorrebbe essere il nostro scopo: puntare i riflettori sull’innovazione, in particolar modo quella tecnologica. Che sia frutto di uno studio di un reparto di una grande azienda o di chi si è scoperto innovatore perché interessato a creare qualcosa per migliorare le abitudini di tutti, poco importa; vogliamo parlarne, discuterne in modo aperto, capire e confrontarci, su ciò che crediamo valido o meno, se pensate sia un aiuto o un danno.

Vi aspettiamo nel nostro blog!